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31/01/2015 - Scompartimento d'autore

Da Russolo ai Kraftwerk: la musica che imita il treno

Bum bum graang fsssaass drumdum fiiiii toc toc. Non è facile trascrivere un concerto per Intonarumori, gli strani strumenti creati dal portogruarese e futurista Luigi Russolo (credo che lui anteponesse la seconda qualità alla prima). Si ricade inevitabilmente nell'onomatopea, ma anche qui non è facile: dopo cento anni non ci sono parole esatte per descrivere i suoni degli Intonarumori. Beh, no, a pensarci bene un modo c'è: i suoni dei fumetti, dove non contano solo le parole, ma anche le dimensioni e la forma di ogni singola lettera. Personalmente, se devo immaginare la partitura degli Intonarumori, me la vedo come una collezione di rumori dei fumetti. Chissà se Russolo ci ha mai pensato: lui la partitura l'aveva scritta in modo un po' più classico, con indicazioni timbriche e di dinamica. I fumetti arriveranno una decina di anni dopo quando ormai Russolo aveva abbandonato gli estremismi futuristici ed era ritornato ad un'espressione artistica più classica e quindi forse non li avrebbe considerati. Gli Intonarumori furono un esperimento rapidamente abbandonato e dimenticato, frutto della ricerca che a inizio secolo voleva nuovi mezzi espressivi per la musica, poi tristemente distrutti per disinteresse, anche se oggi ricostruiti con una certa verosimiglianza. Fecero enorme scandalo e scalpore nei primi concerti avvenuti poco più di 100 anni fa, nel 1914, tanto che per un breve periodo i giornali europei diedero ad essi maggior risonanza che alle notizie sull'assassinio dell'Arciduca Francesco Ferdinando. Va be: ma cosa c'entrano gli Intonarumori con la ferrovia? Molto, in realtà, perché finalmente sdoganano in campo musicale i rumori che la rivoluzione industriale aveva generato e il treno portato in giro per il mondo.
Prima dei futuristi i tentativi di rappresentare i rumori del treno in musica erano stati o critici (Rossini con il “petit train de plaisir”, pur con grande genialità) o eccessivamente imitativi e ricondotti sempre agli strumenti tradizionali. No! Non voglio dire che con gli strumenti tradizionali non si possa, ma bisogna ripensarli completamente e ci vorranno un centinaio di anni per questo. Ci vorrà tra l'altro un certo John Cage, che oltretutto nel 1978 attraverserà l'Emilia Romagna con un treno nel quale allestì uno studio di registrazione e spazi musicali itineranti per diffondere le sue idee musicali. I futuristi scelgono un'altra strada: decidono -come molti all'epoca- che gli strumenti conosciuti non bastano (forse volevano pure buttarli via) e ne creano di nuovi. È però il solo Russolo che si avventura per questa strada -l'altro musicista tra i futuristi, Balilla Pratella, userà sempre strumenti classici- e sicuramente il gusto di provocare gioca la sua parte, ma apre una strada nuova. Gli sbuffi del vapore, il rotolio delle ruote, tutti i rumori meccanici che la locomotiva e la ferrovia generano incessantemente hanno finalmente i loro strumenti! Non c'è ancora la musica, ma basta aspettare, che i tempi maturino, che dei musicisti acquisiscano nuova sensibilità, che un nuovo pubblico preparato si faccia vivo.
Tra i rumori della città, descritti da Varèse e le impressioni di fronte ad una locomotiva lanciata a 120 km/h di Honegger (che tanta fatica farà per spiegare che Pacific 231 non è un brano imitativo: pubblico e critica molto spesso sentono solo ciò che vogliono ascoltare), un interessante esempio di questa nuova sensibilità è l'album TEE dei Kraftwerk. Questi divulgatori dell'elettronica, fino ad allora confinata ad alcuni settori della musica classica e ai film di fantascienza di scarsa qualità, riprendono i temi futuristi della macchina, del rumore, della ricerca di nuovi generatori di suoni. Il primo tentativo dei Kraftwerk è con l'automobile: Autobahn è una spensierata corsa in auto lungo le autostrade tedesche, una invenzione di una ventina di minuti per un viaggio dove forse si guarda più al panorama che alla velocità. Suoni tranquilli e su pochi accordi, con una ritmica molto allungata. È qualche anno dopo che i Kraftwerk approdano a TEE, album la cui copertina riproduce nella grafica la forma di un VT 11, l'autotreno diesel che dalla Germania effettua molti dei collegamenti TEE internazionali. La canzone che da il titolo all'album è una sorta di celebrazione del viaggio ad alta velocità, prima della vera alta velocità (i TEE avevano una velocità massima di 200 km/h solo quando le linee lo consentivano), ma visto da una prospettiva particolare: quella del passeggero.
Il testo tratteggia questi passeggeri per i quali ormai tutta l'Europa è di casa e le città così vicine tra loro da poter pianificare le attività della giornta in molte di esse. I suoni sono quelli che sentiamo all'interno di uno scompartimento durante il viaggio: il ta-tan dei binari percorsi dalle ruote, lo scampanellare che si allontana del passaggio a livello, un fischio in lontananza, il rumore aerodinamico a testimoniare la velocità. Tutto però ovattato, smorzato dall'insonorizzazione delle -allora- nuove carrozze TEE che adottavano standard tecnologici innovativi.
Una fuga dalla realtà? Un ripiegarsi su sè stessi? Un abbandono in uno spazio isolato?
No. Anzi, tutto l'opposto: una presentazione della tecnologia come attività essenzialmente umana, pur tenendo presenti tutti i problemi che una prospettiva così potenzialmente estraniante può porre. E' il viaggiatore infatti che beneficia di tutto questo mondo tecnologico, così come sono i musicisti a beneficiare delle nuove frontiere dell'elettronica mentre compongono ed eseguono i loro brani e come della tecnologia beneficiano tutti quelli che ascoltano questa musica dal vivo e a maggior ragione quando viene riprodotta da una registrazione.
Il connubio macchina-uomo è uno dei temi principali dei Kraftwerk, che titolano uno dei loro brani "Mann-Maschine" (appunto: uomo-macchina), con una poetica che, non è pienamente positiva, molto filtrata da un particolare sense of humor, ma comunque molto dialettica e dinamica, sicuramente lontana dai pessimismi di altri autori, normalmente condotta come un gioco di equilibrio tra i diversi aspetti.
Il treno e la ferrovia trovano quindi la loro voce musicale e tecnologica in questa canzone che si apre con un ostinato ritmico che farà di base a tutto il brano. Questo ostinato ritmico si rifà però chiaramente al ritmo di una locomotiva a vapore, mentre tutti i TEE sono stati esclusivamente a trazione diesel o elettrica. E' una scelta non so quanto volontaria di rifarsi all'immaginario comune dello spazio sonoro della ferrovia: una locomotiva a vapore, sonoramente, è molto più riconoscibile come "ferrovia" di quanto non lo sia una locomotiva elettrica o una diesel. Un ritmo (anche reso con strumenti elettronici) che richiama la locomotiva a vapore è quindi in grado di dire all'ascoltatore "ferrovia" in modo molto più efficace di altre immagini musicali. La connotazione con la locomotiva a vapore si perde progressivamente quando questo ritmo si mescola con altri elementi sonori e diventa un sottofondo che ricorda più l'effetto velocità della ferrovia, soprattutto quando ne viene variata la dinamica per creare l'effetto lontananza e vicinanza.
In breve all'elemento ritmico si sovrappone una frase melodica che costituisce il tema principale del brano, raggiunto rapidamente dalla vocalità di una voce meccanica che declama il titolo del brano e quindi una breve apparizione del tema secondario che si pone come anticlimax del tema principale.
Le voci robotizzate (tecnica usata spesso dal gruppo) dei cantanti raccontano con brevi strofe l'essenza dei collegamenti TEE ("...straight connection TEE.") dandone una connotazione umana e allo stesso tempo quotidiana, pur nell'estraneazione della musica elettronica, nominando due musicisti contemporanei della scena pop europea e conosciuti dai Kraftwerk ("From station to station/ back to Düsseldorf city/ meet Iggy Pop and David Bowie.").
Il brano successivo dell'album, "Metal to Metal", è una suite strumentale di circa 5 minuti che rielabora le parti ritmiche e melodiche finora esposte in TEE, con l'aggiunta di rumori registrati: probabilmente il collegamento più stretto con l'estetica degli Intonarumori.
Una breve ripresa della declamazione del titolo e del tema principale portano all'evento finale del brano: lo stridere dei freni di un treno conclude la musica: reale (è la vera registrazione di una frenata) o solo musicale, questa è una stazione. Il treno -ed anche il brano- si ferma, il viaggio iniziato con la canzone precedente si interrompe. Viene però il sospetto che tra pochi minuti -basta far ripartire il disco- si udrà nuovamente un ostinato ritmico e il TEE proseguirà verso la prossima stazione.

 

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