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10/10/2012 - Scompartimento d'autore

Wocheinerbahn… E 626-059, Campo Marzio

(seconda parte)

Quanto è nobile l’operosità se basata sull’integrità morale, come fu dell’ingegner Bianchi, determinata dalla capacità di collaborare, condividere, cooperare, unire la volontà e l’umiltà dell’essere grandi, al servizio di un bisogno e un bene comune. Immaginate l’entusiasmo e la frenesia, nell’animo pacato, gentile e signorile del nostro Riccardo, quando cerca e trova collaborazione dall’ingegner Servettaz, ed è proprio nelle officine della ditta del collega, che nasce il primo apparato centrale idrodinamico al mondo, impiegato nell’impianto ferroviario di Abbiategrasso, 1886! E l’ingegner Riccardo, nominato primo presidente effettivo delle Ferrovie di Stato! Sublime organizzazione ferroviaria, con segnaletica a semaforo elettrico, in sostituzione dei dischi girevoli e cabine di manovra idrodinamiche, per scambi e nuove comodità per i viaggiatori, con stazioni e carrozze che oggi ci lasciano il sapore del lusso e del bello, di quando la nostra rete ferroviaria era una Signora Liberty! L’ingegner Bianchi ideò anche un principio etico ferroviario, l’interoperabilità, termine sinergico, oggi, con le diatribe dell’alta velocità, cioè il sistema che deve garantire la circolazione sicura e continua dei treni, attraverso specifiche tecniche e regole di gestione del sistema ferroviario: Union Internationale des Chemins de Fer. E i passeggeri? E i pendolari? E i migranti, ieri esuli, poi profughi e i viaggi in vapore?
Dunque… “Dodeskadèn, dodeskadèn, dodeskadén… Sono diventato treno da bambino perché ho imparato a conoscere il Paese dove vivo, stazione dopo stazione; così l'ho misurato. Per farlo mio, ho dovuto arrivarci attraverso un treno, sopra un treno, essendo treno io stesso…” di Marco Paolini, Binario illegale, arriviamo alla stazione di Campo Marzio, dove ammiriamo la E 626-238, sorella della E 626-059, prima loco-elettrica a corrente continua, in bella mostra al Museo triestino. Di fronte a ciò, la nanotecnologia del digitale s’inchina e capisce che mai l’uomo potrà liberarsi dei vincoli fisici: sulla E 626-059, le connessioni di potenziamento mentale hanno sostenuto le accelerazioni storiche!
1950 o giù di lì, Gruppo Comando Regione Udine, Corpo delle Guardie Doganali; lasciata la garitta al confine, Pese Basovizza, il giovane finanziere accompagna allo smistamento i profughi arrivati in treno e in nave. La Stazione di Campo Marzio e il Molo dei Bersaglieri, accolgono genti e merci “…Con la Legge 8 aprile 1881, n. 149, il Corpo delle guardie doganali assume "titolo a uffizio" di "Corpo della Regia Guardia di Finanza" con la funzione di "impedire, reprimere e denunciare il contrabbando e qualsiasi contravvenzione e trasgressione alle leggi e ai regolamenti di finanza", di tutelare gli uffici esecutivi dell'amministrazione finanziaria come pure di concorrere alla difesa dell'ordine e della sicurezza pubblica…”, Guardia di Finanza, documenti storici”. Al porto arrivano le navi gemelle Saturnia e Vulcania… Trieste, Genova, Napoli… New York, Porto Said… e gli esuli slavi, pattugliati fino al confine dai drusi, entrano perquisiti e sempre sospettati, donne e bambini compresi. Uomini di confine, con divise che fanno ancora paura e riportano alla guerra, alla violenza, alla fame. Il giovane finanziere ferma uno slavo sospetto: cinque chili di carne, messa a contatto con il corpo sotto la giacca e la maglia, carne illegale, da vendere in Italia, la regola è 2 chili in quattro volte e si segna sulla “propusnica”, il permesso. Il ricordo è drammatico, quello di un padre di famiglia che cerca di vendere la carne e non si cura dell’igiene e delle regole di quantità. E’ fame, è bisogno di sale e di zucchero, di essere guardati come esseri umani, “nè nemici”. Gli esuli vanno scortati nei centri d’accoglienza, sfamati e lavati, ripuliti dai pidocchi e dalle croste di sangue raffermo. Già, la storia, 9 giugno del 1945 a Belgrado, jugoslavi e anglo-americani firmano un accordo provvisorio che fissa le zone d’occupazione lungo la “linea Morgan”: Trieste, Caporetto, Tarvisio e Pola sono sotto il controllo degli alleati, umanità e terre iscritte nella Zona A, mentre la Zona B, umanità e terra istriana: Capodistria, Isola, Pirano, Buie, Umago, Cittanova, assegnata all’amministrazione militare temporanea della Jugoslavia. Non è solo il controllo di un confine, di un contrabbando per necessità, ma la coercitiva rinascita di sentimenti patriottici che corrugano le fronti e le frontiere. E sotto la stella rossa partigiana non ci vogliono stare, non più, non più sotto la dittatura comunista. A Trieste si agita un sentimento che richiama al buon senso e vorrebbe riconoscere, tra gli slavi, anche l’esodo degli italiani i quali, nella Jugoslavia di Tito, hanno vissuto gravi privazioni, dimenticati dalle ideologie di regime: qual è la loro Patria?
Umanità che aspetta un treno, non uno qualsiasi, ma quello che lascia alle spalle la paura di un regime, l’umiliazione di non sapere qual è la terra che calmerà la fame. Sarà la E626- 059? In livrea grigio-pietra, è locomotiva di volontà, pronta alla partenza, incurante, o forse no, dei drammi e dei sogni che si tira dietro nella corsa elettrica, senza più fumo, ma non con meno potenza e rumore. Non bada al binario di confine, non distingue la divisa del finanziere, ma sa perfettamente riconoscere la voce del macchinista, come il cavallo riconosce il suo fantino. Quante sono le tratte che portano la storia dentro vagoni, su sedili consunti! Quanti i battiti del cuore, dei bambini, i quali non dovrebbero conoscere altro che il gioco della spensieratezza, invece, seguono silenziosi la tensione di un pantografo, il quale collega gli adulti al gioco della speranza. Alla stazione di Campo Marzio arrivano i signori nelle carrozze vellutate, ma anche gli occhi sbarrati, di chi non capisce perché l’italiano in divisa rovescia le borse e fruga nelle tasche e sotto le gonne. Poi la svolta, nel 1959, ultimo servizio passeggeri, vinta dalla linea austriaca, ben più vecchia nell’impianto, ma concorrente, Südbahn, con la loco a vapore, Philadelphia. Già, proprio nel nome della città americana, per una teoria dell’identità che, sui binari, dimentica gli spazi di percorrenza, ma nel nome dei treni riporta alla congiunzione storica dell’evoluzione ferroviaria, una congiunzione di geni e tecnologia, dove la linea del tempo non è bisettrice di riferimento cartesiano, ma ampia spirale di crescita!
Da giorni il giovane finanziere “zufolado” è fermo a Campo Marzio e nessuno spiega, poi arriva "un pancione" vestito da marinaio, "Dammi il foglio di servizio!"
"No, non la conosco, chi è lei?"
"Maresciallo di Brigata!"
"Mi scusi, le divise di mare non le conosco!"
Già, le divise di terra e di mare, non le conosce, ma conosce l’odore di sudore e di ferro che gli riempie le narici da giorni… Italia, Jugoslavia, treni e navi, sacchi e pacchi, uomini e divise, la solita storia. Il servizio, al valico di Basovizza, lo vede camminare ignaro a ridosso delle voragini naturali carsiche, tombe di massacro, le foibe, cancellate dalla memoria, l’assurda vergogna di un regime che incolpava l’essere italiani, imprigionando innocenti nelle gulag, i campi di concentramento di Tito. Se la storia è semplificata sui libri tra buoni e cattivi, immaginiamo la corsa di un treno che corre su binari di bandiera diversa, come uno specchietto tornasole e riflette le voci e le lacrime da punti di vista differenti. Nella sua nobiltà ingegneristica, la locomotiva non ha patria, sa solo che deve rispondere ad un servizio, un ordine superiore, tenendo lucida la livrea, come una divisa e timbrando il biglietto, l’uomo le affida il suo destino, contrabbandiere o finanziere, dipende dalla stazione di partenza. Un valico, un confine che non c’è più nell’ evidenza, ma persiste nella sostanza, è la quotidiana parodia della fuga di una umanità che, troppo spesso, la storia lascia sola e disorientata; oggi noi osserviamo e ancora aspettiamo, seduti composti lungo la banchina di una stazione dismessa, l’interoperabilità “umana” dell’ingegnere Riccardo Bianchi, passeggero illustre sul “tramvai”, di fronte al quale solleviamo il “clabuc”, per una notte, “ al museo di Campo Marzio.



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